giovedì 17 aprile 2014

ISDE SP e Liguria obiettano al Piano Regionale sui Rifiuti

Il Piano regionale dei Rifiuti adottato con delibera di Giunta regionale n.1801 del 27 dicembre 2013 ( che alleghiamo qui http://www.ambienteinliguria.it/lirgw/eco3/ep/linkPagina.do?canale=/Home/015Territorio/010rifiuti/080pianoregionalerifiuti) è passato alla fase di confronto propedeutica alla VAS. Dopo aver chiesto l'avvio di una Inchiesta Pubblica che consenta un adeguato e trasparente sviluppo di tali confronti con i comitati e le associazioni, come ISDE Spezia e Liguria abbiamo mandato le nostre osservazioni. Il Piano, pur specificando indirizzi che dovrebbero consentire di scongiurare la costruzione di incerneritori sul nostro territorio, è assolutamente carente per le scelte e gli obiettivi sulla raccolta Differenziata, il Recupero ed il Riciclo di materiali post consumo, privilegia inoltre impianti di Trattamento Meccano Biologico con recupero energetico( combustione di CSS-CDR, eventualmente FOS e Biogas) che non rispettano le priorità sancite ( e solo apparentemente recepite) a livello comunitario e che possono produrre importanti e insostenibili ricadute in ambito sanitario. Qui di seguito il testo di quanto obiettato Osservazioni al Piano di Gestione dei Rifiuti e delle Bonifiche della Regione Liguria adottato con delibera di Giunta regionale n.1801 del 27 dicembre 2013
PREMESSA A nostro parere il problema dei Rifiuti non è soltanto un problema di tipo tecnico da affrontare con un corrispondente approccio esclusivamente settoriale: coinvolge aspetti sociali, culturali, ambientali, sanitari, ecc. E’ importante rendersi conto che non si tratta soltanto di gestione o smaltimento dei rifiuti, ma di riduzione, riciclo, riuso,recupero, trattamento nonché di aspetti educativi, scelte culturali ed economiche. A livello regionale quindi a nostro avviso dovrebbero essere interessati, oltre all’Assessorato all’Ambiente almeno anche quelli alla Sanità, alle problematiche Sociali, al Bilancio. L’unica strategia in grado di garantire la sostenibilità ambientale e la difesa della salute è la strategia “Rifiuti Zero”. Soltanto questo approccio consente una corretta gestione dei ciclo dei rifiuti (che sarebbe meglio denominare “materie seconde”), contro il dissennato conferimento in discarica dei rifiuti sotto forma di “tal quale”, contro ogni forma di termovalorizzazione ed incenerimento, spesso contrabbandati dietro il pretesto della cogenerazione e del recupero energetico. In sintesi l’approccio potrebbe denominarsi una vera e propria forma di “Economia circolare”. Aspetti Positivi del Piano Si dà atto che codesto Piano prevede il superamento del trattamento finale dei residui con i cosiddetti termovalorizzatori , gassificatori (leggi inceneritori) la cui tossicità per l’ambiente e la salute è stata dimostrata tutte le volte che si sono impiegate metodologie corrette. OSSERVAZIONI Le nostre osservazioni riguardano 2 importanti limiti del piano attinenti: 1)l’incoerenza e la mancata realizzazione negli sviluppi operativi del piano di quanto prospettato negli indirizzi generali. Questi promettono ed enfatizzano il rispetto delle normative e delle raccomandazioni comunitarie sulla promozione della riduzione del rifiuto, della raccolta differenziata, del recupero di materiale e del riuso; rispetto a questo riteniamo che le scelte operative e le strategie di tipo impiantistico disattendano totalmente tali premesse. In particolare contestiamo la netta prevalenza data dal PRGRL al recupero energetico rispetto a quello di materia. 2)la mancanza di considerazione concreta di importanti aspetti sanitari e di conseguenti rischi per la tutela e la prevenzione sanitaria che dovrebbero essere considerati nel Piano stesso. Le nostre considerazioni vogliono sottolineare tali incongruenze o mancanze, mantenendo focalizzata l’attenzione, anche per quanto riguarda il punto 1) principalmente sulle possibili conseguenze sanitarie di quanto viene privilegiato nelle scelte dello stesso. Riferiamo la nostra condivisione su quanto è stato sviluppato su altri specifici temi nelle osservazioni di altri gruppi o comitati con cui collaboriamo. 1 ) INCOERENZE E INDIRIZZI OPERATIVI DEL PIANO RIDUZIONE DEI RIFIUTI Nel PRGRL si prospetta solamente un targhet commisurato all’indicatore di spesa ( PIL), criterio ormai superato dalle direttive europee, ammettendo fino al 2016 la possibilità di non procedere ad incremento alcuno della riduzione. Il PRGRL non fissa così obiettivi precisi sul piano quantitativo e temporale nelle linee di azione proposte. Crediamo doveroso che vengano invece intrapresi e definiti specifici targhet sulle iniziative possibili: un chiaro impegno sulla riduzione del rifiuto è per noi un indicatore fondamentale dell’ideologia di base e della strategia di fondo della gestione dei rifiuti. Ribadiamo alcuni dei possibili ambiti di azione specifica: a) imballaggi ( es: plastica, polistirolo, stagnola) b) acqua: cura e promozione dell’approvigionamento pubblico con riduzione bottiglie in vetro e in plastica c) trasporti: politiche che riducano l’uso di mezzi di trasporto privato con minor usura di pneumatici autoveicoli e quindi meno rottamazioni, meno gomme da smaltire e altre parti di veicoli. d) sugli alimentari: Ridurre prioritariamente alla fonte la produzione di FORSU con politiche regionali che evitino gli sprechi alimentari, diffondendo esperienze quali Last minute market, Banco alimentare, Doggy Bag (servizio dei ristoranti per portare a casa il cibo non consumato) che permettono il recupero, con scopi alimentari, di cibo che per motivi commerciali o per comodità sarebbe destinato allo smaltimento. Collaborazione organica con Caritas, Comunità, Istituti, Orfanotrofi,ecc. e) Obsolescenza programmata. E’ risaputo che tantissimi prodotti della società moderna sono programmati per durare un certo numero di anni (spesso sette, ma anche meno). Ovviamente questo favorisce il commercio e l’acquisto di prodotti nuovi: automobili, elettrodomestici, prodotti elettrici ed elettronici, telefono, cellulari. Occorre incentivare e riorganizzare i settori commerciali e artigianali che svolgono attività di riparazione degli oggetti di consumo ( eletrodomestici, orologi,scarpe, abiti ecc) f) ricariche alla spina: latte, vino, detersivi, acqua, ecc. g) pannolini lavabili in sostituzione di quelli usa e getta h) politiche fiscali di incentivazione tramite tariffazione differenziata e puntuale i) sostegno e incentivazione di tutte le forme di compostaggio domestico e di prossimità RACCOLTA DIFFERENZIATA Il Piano prevede il raggiungimento di un livello del 65% di raccolta differenziata entro il 2020, mentre l’ex ministro Orlando aveva deciso di concedere una proroga all’art. 205 del D.lgs. 152/2006, mediante un collegato alla Legge di stabilità, al 31.12.2016. In pratica la Regione aumenta senza nessuna motivazione il lasso di tempo concesso e ricordiamo che questo del 2016 era un termine già ampiamente prorogato! La Liguria è il SUD del Nord Italia per quanto riguarda la raccolta differenziata con l’eccezione di pochi esempi virtuosi (Noli, Pietra Ligure, Garlenda,..): invece di cercare di superare il gap con un impegno eccezionale il Piano fissa obiettivi minimali e sceglie indirizzi che implicano per noi una disincentivazione della RD. A nostro parere la raccolta differenziata “spinta” può essere fatta soltanto: a) con un capillare “porta a porta” anche nelle grandi città dove esistono situazioni abitative di tipo condominiale b) impegno ed incentivazione per la raccolta totale dell’organico c) obbligatorietà della raccolta e separazione presso tutti i grandi produttori e centri di consumo quali mercati,supermercati e centri commerciali d) meccanismi di incentivazione/disincentivazione rispettivamente per i Comuni "virtuosi" e inadempienti e) tracciabilità dei rifiuti sia in entrata che in uscita f) con il coinvolgimento attivo dei Comitati e delle Associazioni di cittadini che sono motivate e conoscono il loro territorio di competenza e) con la separazione delle società deputate allo smaltimento da quelle deputate ad effettuare la raccolta di materie seconde differenziate. Dobbiamo separare la fase di raccolta da quella di smaltimento, in modo da poter indirizzare il riutilizzo, la quota da mandare eventualmente a smaltimento, e quanto e come riciclare. Chi raccoglie diventa padrone del rifiuto. Le multi utility devono scegliere: o la raccolta o lo smaltimento. Vorremmo poter considerare il rifiuto un bene che produco sul territorio (anche per poter capire quanto costa davvero il servizio di raccolta e quello di smaltimento) Non si rileva nel piano alcun dettaglio delle iniziative concrete per intraprendere queste misure. RICICLO E RIUSO Anche per la capacità di Riciclagio partiamo dal dato che la Liguria è fanalino di coda in rapporto alle convenzioni con i Consorzi di Riciclo. Anche in questo caso osserviamo che l’obiettivo 2020: 50% rifiuti urbani avviati a riciclaggio con metodo standard del PRGRL allunga la latenza di quanto è possibile attuare in tempi più brevi e non solo limitatamente alle tipologie di materiali comprese nel metodo. Assente del tutto l’elaborazione programmatica e operativa riguardo al Riutilizzo. L’obiettivo dichiarato è totalmente dipendente, inoltre, dal raggiungimento dei targhet della RD. Riteniamo che ben precisi strumenti e iniziative che promuovano e organizzino Centri di livello locale (isole ecologiche e interconnesse filiere di recupero) di Recupero, Analisi e Riutilizzo dei materiali ( dentro o fuori dai protocolli CONAI) possano invece essere prioritari e orientare anche “in entrata”(oltre che dopo la differenziazione) il proseguio del ciclo per tali sostanze. Ancora una volta la visione chiara degli obiettivi finali e prioritari della gestione ( riduzione e riciclo dei materiali, RD spinta al massimo anziché trasformazione e recupero energetico) diventa fattore determinante per tutte le fasi e le scelte intermedie, a vantaggio di una maggior tutela ambientale, di politiche di decentramento, di impiego, di vantaggio economico diretto per gli utenti, forse più complesse ma sicuramente più garanti rispetto alle raccomandazioni generali e normative ed ai rischi di una gestione per macroaree da parte di grandi multi utility. IL PRGRL privilegia purtroppo queste ultime. TRATTAMENTO MECCANO BIOLOGICO E SUOI PRODOTTI In realtà basterebbe la RD spinta, il riutilizzo totale dell’organico e l’attuazione di queste raccomandazioni, ovviamente attraverso fasi di investimento e di riorganizzazione impiantistica intermedie e dotandosi di tecnologie appropriate per il trattamento delle frazioni residue secche, per mettere in discussione nel medio e lungo termine l’opportunità di utilizzare e/o di costruire nuovi e costosi impianti TMB previsti dal Piano. E’ nella parte relativa agli obiettivi del TMB dei rifiuti residui che si palesa definitivamente l’incongruenza con l’indirizzo generale correttamente attento alle raccomandazioni europee, che recita “ pianificare un ciclo di gestione dei rifiuti virtuoso finalizzato principalmente al recupero di materia e in secondo luogo al recupero di energia”, e che si specifica riguardo ai TMB previsti in “Scopo del Trattamento Meccanico Biologico (TMB) è recuperare un’ulteriore parte di materiali, ridurre il volume del materiale in vista dello smaltimento finale e stabilizzare il rifiuto organico putrescibile” Negli obiettivi del Piano si delinea invece: - produrre CSS dalla frazione secca del rifiuto da avviare al recupero energetico. - produrre una frazione organica da avviare alternativamente: a) direttamente a digestione anaerobica con produzione di energia; b) a stabilizzazione per interventi di ripristino ambientale, o, quale opzione alternativa, alla discarica; c) in ultima ipotesi, per produzione di CSS da avviare a recupero termico dopo bioessicazione e raffinazione; La volontà di perseverare sul fronte del recupero di energia (CSS/incenerimento/combustione di biogas) è garanzia certa di fallimento di qualunque corretta politica di gestione dei rifiuti: come più semplice esempio ricordiamo come nelle regioni dove l’incenerimento dei rifiuti urbani o di derivati, usufruendo della tariffa incentivata sulle fonti assimilate, registra la percentuale più alta (Lombardia, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Sardegna) le quantità di umido organico che vanno agli impianti di compostaggio sono in alcuni casi addirittrura irrilevanti ( fonti Apat 2005-2007). Come ambientalisti non possiamo che condannare una strategia che in tal modo disincentiva la RD spinta e tutte le possibili forme di separazione e riutilizzo di materiali. Come cittadini chiediamo quali costi comporti questo indirizzo e a vantaggio di quali aziende. Come medici non possiamo che rilevare l’insostenibile impatto ulteriore sulla salute che la combustione del CSS comporterebbe, sia utilizzato in cementifici che in CTE, sia in regione che fuori. Qui di seguito riportiamo importanti considerazioni sull’impatto sanitario da CSS ( e/o CDR) CSS e CDR Dobbiamo innanzitutto segnalare la confusione e le incongruenze sulla definizione ed il possibile utilizzo del CSS ( e/o CDR) quali combustibili, secondo il Decreto ministeriale Ambiente 14 febbraio 2013, n. 22 Basti pensare a come nel Decreto stesso , ( superato con il successivo Dm 20 marzo 2013 che include il CSS nell’elenco dei combustibili che si possono utilizzare negli impianti di cui al Titolo I, Parte V, dello stesso Codice dell’ambiente, in particolare Cementifici e Centrali termoelettriche ), parallelamente alla “cessazione della qualifica di rifiuto di determinate tipologie di combustibili solidi secondari (CSS)”, analogamente a quanto evidenziato dalla Corte di Giustizia europea a proposito del CDR-Q, prevede, in particolare all’art.13 c.2, misure di controllo e di precauzione relative alla consegna e ricezione del CSS nonché alla sua combustione, ne assoggetta l’utilizzo alle pertinenti disposizioni  del  decreto  legislativo  11 maggio  2005,  n.  133 “Attuazione della direttiva 2000/76/CE, in materia di incenerimento dei rifiuti”; La confusione legislativa è ben coerente con la difficoltà di caratterizzazione per pezzatura, materiali di composizione,caratteristiche fisico-chimiche e tossicologiche dei CSS ( oltre 100 tipologie descritte) così come del CDRQ. Conseguente e coerente quanto sentenziato in ambito sanitario dalla stessa Corte di Giustizia Europea (Ottava Sezione) nella Sentenza del 22 dicembre 2008 relativa alla causa C-283/07 ha evidenziato che “ le misure di controllo e di precauzione relative al trasporto e alla ricezione del CDR‑Q negli impianti di combustione, nonché le modalità della sua combustione previste dal decreto ministeriale 2 maggio 2006, dimostrano che il CDR‑Q e la sua combustione presentano rischi e pericoli specifici per la salute umana e l’ambiente, che costituiscono una delle caratteristiche dei residui di consumo e non dei combustibili fossili”; sulla scorta di quanto chiarito dalla Corte di Giustizia Europea nella sentenza citata, risulta evidente che anche il CSS, il cui utilizzo è soggetto alle disposizioni in materia di incenerimento dei rifiuti, e la sua combustione presentano rischi e pericoli specifici per la salute umana e l’ambiente; Anche per tali materiali va intesa quindi la raccomandazione del Parlamento Europeo (A7-0161/2012, adottata a Maggio 2012, di rispettare la gerarchia dei rifiuti e di intraprendere con decisione, entro il prossimo decennio, la strada dell’abbandono delle pratiche di incenerimento di materie recuperabili in altro modo. http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?type=TA&reference=P7-TA-2012-0223&language=EN&ring=A7- 2012-0161) Nella letteratura scientifica: Tutti i dati disponibili sulle ricadute sanitarie dirette ed indirette impongono, in qualsiasi occasione in cui si possono intraprendere decisioni, di sfavorire la combustione e incenerimento di fossili e derivati ( in impianti dedicati o non) e di non incentivare la produzione di derivati combustibili o co-combustibili. In particolare, circa i “benefici” di tali pratiche, relativamente ai derivati di rifiuti, riportiamo ulteriori conferme di come il CSS combustibile, combusto in cementifici e/o il CDRQ il CTE, non consentano di confermare la prevista riduzione di emissione di gas serra, di alcuni metalli pesanti e di diossine. CSS e Cementifici “…In un cementificio la combustione di CSS al posto di PET-coke produce una maggior emissione di Cadmio, Mercurio e Tallio…” ( Federico Valerio, 2005) “….Non ci sono evidenze di vantaggi della parziale sostituzione di combustibili fossili da parte di CDR ad alto potere calorico prodotto da TMB….. le emissioni di mercurio dai cementifici e di cadmio dalle centrali a carbone sono i punti deboli dell’uso contemporaneo di CDR….nel cemento prodotto con CDR e nelle ceneri residue, rispetto all’uso di combustibili tradizionali, si è riscontrata una maggiore concentrazione di cloruri, piombo, cadmio,rame e zinco”( tratto da “Gestione dei rifiuti e Rischi per la Salute” EMS 2009) I cementifici sono impianti industriali altamente inquinanti con e senza l’uso dei rifiuti come combustibile [1] e i limiti di legge per le emissioni di questi impianti sono enormemente più permissivi e soggetti a deroghe rispetto a quelli degli inceneritori classici. Ad esempio, considerando solo gli NOx, per un inceneritore il limite di legge è 200 mg/Nmc, mentre per un cementificio è tra 500 e 1800mg/Nmc. Inoltre, un cementificio produce di solito almeno il triplo di CO2 rispetto a un inceneritore classico. La lieve riduzione dei gas serra ottenuta dalla sostituzione parziale dei combustibili fossili con rifiuti ridurrebbe le emissioni dei cementifici in maniera scarsamente significativa, considerata la abnorme produzione annua di CO2 da parte di questi impianti che, secondo i dati del registro europeo delle emissioni inquinanti (E-PRTR) ammonta in Italia a circa 21.237.000 tonnellate/anno. Basterebbe un piccolo aumento della capacità produttiva dei singoli impianti per recuperare abbondantemente la quantità di gas serra “risparmiata” dalla sostituzione parziale dei combustibili fossili con i rifiuti. Questi ultimi, infatti, sono economicamente molto più vantaggiosi dei combustibili tradizionali e, dunque, agirebbero da concreto incentivo all’aumento della produzione. Se l’obiettivo del legislatore è dunque quello di ridurre le emissioni inquinanti di tali impianti, sarebbe opportuno proporre, in luogo di una mera variazione di combustibile, l’imposizione di miglioramenti tecnologici e di limiti produttivi ed emissivi che possano garantire maggiormente la tutela dell’ambiente e della salute pubblica. La combustione di rifiuti nei cementifici comporta una variazione della tipologia emissiva di questi impianti, in particolare in merito alla emissione di diossine/composti organici clorurati [2-4] e metalli pesanti [5]. La produzione di diossine è direttamente proporzionale alla quantità di rifiuti bruciati [6]. Riguardo alle diossine, viene sottolineato da parte dei proponenti di tale pratica come le alte temperature dei cementifici diminuiscano o addirittura eliminino le emissioni di queste sostanze, estremamente pericolose per la salute umana. Tale affermazione sarebbe invalidata da evidenze scientifiche che mostrano come, sebbene le molecole di diossina abbiano un punto di rottura del loro legame a temperature superiori a 850°C, durante le fasi di raffreddamento (nella parte finale del ciclo produttivo) esse si riaggregano e si riformano [7]. Inoltre, considerata la particolarità chimica delle diossine (inquinanti persistenti per decenni nell’ambiente e nei tessuti biologici, dove si accumulano nel tempo), l’eventuale riduzione quantitativa della concentrazione di diossine nelle emissioni dei cementifici sarebbe abbondantemente compensata dall’elevato volume emissivo tipico di questi impianti. È stato dimostrato che la combustione di CSS nei cementifici causa un significativo incremento delle emissioni di metalli pesanti [5], in particolare mercurio, enormemente pericolosi per la salute umana. È stato calcolato che la combustione di una tonnellata di CSS in un cementificio in sostituzione parziale di combustibili fossili causa un incremento di 421 mg nelle emissioni di mercurio, 4.1 mg in quelle di piombo, 1.1 mg in riferimento al cadmio [8]. Particolari criticità dovute alla tipologia di rifiuti bruciati sono state riportate in merito alle emissioni di piombo [9-11]. L’utilizzo del CSS nei cementifici prevede l’inglobamento delle ceneri tossiche prodotte dalla combustione dei rifiuti (di solito smaltite in discariche per rifiuti speciali pericolosi) nel clinker/cemento prodotto. Questo comporta rischi potenziali per la salute dei lavoratori [12, 13] e possibili rischi ambientali [14-16] per l’eventuale rilascio nell’ambiente di sostanze tossiche. Inoltre, le caratteristiche fisiche del cemento potrebbero essere alterate dalla presenza di scorie da combustione [17, 18] in modo tale da non renderlo universalmente utilizzabile [19]. Bibliografia [1] European C. Reference Document on Best Available Techniques in the Cement, Lime and Magnesium Oxide Manufacturing Industries. May 2010. 2010. [2] Chen CM. The emission inventory of PCDD/PCDF in Taiwan. Chemosphere 2004;54:1413-20. [3] Hu J, Zheng M, Liu W, Li C, Nie Z, Liu G et al. Characterization of polychlorinated naphthalenes in stack gas emissions from waste incinerators. Environmental science and pollution research international2012. [4] Chyang CS, Han YL, Wu LW, Wan HP, Lee HT and Chang YH. An investigation on pollutant emissions from co-firing of RDF and coal. Waste Manag. 2010;30:1334-40. [5] Genon G and Brizio E. Perspectives and limits for cement kilns as a destination for RDF. Waste Manag. 2008;28:2375-85. [6] Conesa JA, Galvez A, Mateos F, Martin-Gullon I and Font R. Organic and inorganic pollutants from cement kiln stack feeding alternative fuels. J.Hazard.Mater. 2008;158:585-92. [7] Cormier SA, Lomnicki S, Backes W and Dellinger B. Origin and health impacts of emissions of toxic by-products and fine particles from combustion and thermal treatment of hazardous wastes and materials.Environ.Health Perspect. 2006;114:810-7. [8] European Commission DGE. Refuse Derived Fuels, current practice and perspectives. Final report. 2003. [9] Qiao LS. Problems about Utilizing Waste Materials in Cement Plant-Foreign Research and Rule of Law[J]. Cement 2002;10:1-5. [10] Qiao LS. Problems about Utilizing Waste Materials in Cement Plant-Behavior and State of Trace Element in Cement Rotary Kiln. Cement 2002;12:1-8. [11] Su DG, Lin SM and Chen YY. Research on Pb Emission of Cement Kiln. Cement 2005;12:1-2. [12] Chen HL, Chen IJ and Chia TP. Occupational exposure and DNA strand breakage of workers in bottom ash recovery and fly ash treatment plants. J.Hazard.Mater. 2010;174:23-7. [13] Liu HH, Shih TS, Chen IJ and Chen HL. Lipid peroxidation and oxidative status compared in workers at a bottom ash recovery plant and fly ash treatment plants. J.Occup.Health 2008;50:492-7. [14] Aubert JE, Husson B and Sarramone N. Utilization of municipal solid waste incineration (MSWI) fly ash in blended cement Part 2. Mechanical strength of mortars and environmental impact. J.Hazard.Mater.2007;146:12-9. [15] Barros AM, Tenorio JA and Espinosa DC. Evaluation of the incorporation ratio of ZnO, PbO and CdO into cement clinker. J.Hazard.Mater. 2004;112:71-8. [16] Sinyoung S, Songsiriritthigul P, Asavapisit S and Kajitvichyanukul P. Chromium behavior during cement-production processes: a clinkerization, hydration, and leaching study. J.Hazard.Mater.2011;191:296-305. [17] Bertolini L, Carsana M, Cassago D, Curzio QA and Collepardi M. MSWI ashes as mineral additions in concrete. Cem.Concrete Res. 2004;34:1899-906. [18] Maschio S, Tonello G, Piani L and Furlani E. Fly and bottom ashes from biomass combustion as cement replacing components in mortars production: Rheological behaviour of the pastes and materials compression strength. Chemosphere 2011. [19] Del Valle-Zermeno R, Formosa J, Chimenos JM, Martinez M and Fernandez AI. Aggregate material formulated with MSWI bottom ash and APC fly ash for use as secondary building material. Waste management 2012. [20] Bertoldi M, Borgini A, Tittarelli A, Fattore E, Cau A, Fanelli R et al. Health effects for the population living near a cement plant: an epidemiological assessment. Environment international 2012;41:1-7. Dati e bibliografia a cura di Agostino Di Ciaula “Anche con una buona separazione…. Nelle plastiche miste finisce di tutto e i cementifici, non l’azienda,ne beneficeranno. Gli svantaggi, invece, ricadono tutti sull’ambiente, viste le problematiche legate alla qualità del CSS . . .con inevitabili conseguenze in termini di emissioni inquinanti dei cementifici. Già oggi degli studi dimostrano che, dove il CSS è stato utilizzato come combustibile, si verifica un peggioramento della qualità delle emissioni inquinanti”. - Federico Valerio 2013 “..per ridurre le emissioni di diossine e furani bisognerebbe non portare a combustione le plastiche, i tessuti sintetici, batterie e rifiuti elettronici” ( tratto da “Gestione dei rifiuti e Rischi per la Salute” EMS 2009) La co-combustione Carbone+CDR Potremmo citare diversi studi in cui tali sperimentazioni hanno dimostrato un incremento delle emissioni almeno di parte dei contaminanti ( i microinquinanti, gli idrocarburi policiclici aromatici - IPA - ma anche negli ossidi di azoto, oltre che negli incombusti nelle ceneri pesanti, la cui quantità e tossicità viene incrementata rispetto alle scorie della combustione del carbone); ci limitiamo a riportare i dati dell’unico stabilimento in cui è utilizzata tale co-combustione, presso la centrale di Fusina.   L’uso di CDR è correlato ad una minore emissione di polveri totali, di cromo, manganese, vanadio, arsenico, antimonio, rispetto alla combustione del solo carbone. L’uso del CDR è correlato ad una costante maggiore emissione di ammoniaca, cloro, mercurio, idrocarburi policiclici aromatici totali, diossine e furani, rispetto alla combustione di solo carbone La quantità di diossine immessa nell’ambiente a seguito della co-combustione di CDR è molto elevata, tale da peggiorare significativamente l’emissione totale di diossine dalla centrale, che da una “produzione” di diossine da 1,6 ng per tonnellata di combustibile passa a 13 ÷ 40 nanogrammi per tonnellata di combustibile bruciato (carbone + CDR). ( tratto da “Gestione dei rifiuti e Rischi per la Salute” EMS 2009-Federico Valerio-Giovanni Vantaggi) Impianti come cementifici, centrali termoelettriche ed altri potrebbero dotarsi di depuratori in grado di abbattere le diossine e furani e rispettare i limiti previsti ultimamente per gli inceneritori (1pg/mc) solo a costi estremamente alti. In ogni caso l’immissione in ambiente di tali sostanze sarebbe estremamente elevata stante le portate in massa dei fumi in gioco di un ordine di grandezza superiore a quelle degli inceneritori (106 m3/h delle CTE contro i 105 m3/h degli inceneritori) : i limiti insomma potranno essere rispettati ma la quantità immessa essere ben superiore a quella di un inceneritore! Vi sono studi che dimostrano come anche i migliori inceneritori che rispettano i limiti e le Bat possano produrre danni ambientali e sanitari gravi: Uno studio spagnolo ha mostrato un aumentato rischio di mortalità per cancro in residenti in prossimità di inceneritori che rispettavano le direttive internazionali IPPC . Uno studio condotto a Taiwan su residenti entro 3 Km da inceneritori costruiti in prossimità delle città da tecnici occidentali (inglesi e americani) rispettando i più recenti standard tecnologici e di controllo dei Paesi di provenienza dei tecnici, ha dimostrato un aumentato rischio di ritardo psicomotorio nei bambini entro i primi 3 anni di età . Nello studio di Zubero et al è stato documentato un incremento significativo delle concentrazioni sieriche di PCB dopo due anni di esposizione alle emissioni di inceneritori di recente costruzione, nonostante l’utilizzo delle BAT . In particolare: un elemento che ci fa nuovamente temere un possibile impiego del CSS nella vetusta centrale Enel spezzina è la richiesta da parte dell’ Ente Elettrico di inserire nell’ A.I.A. il già detto limite di tollerabilità per le diossine previsto per gli inceneritori. Biostabilizzazione digestato o essicazione per produzione CSS Assolutamente criticabile la possibilità di avviare la FOS nella linea di produzione di CSS sia per il mancato rispetto dei criteri generali che prevedono il recupero energetico quale ultima possibilità rispetto al rius, sia per i rischi possibili dal punto di vista sanitario. Va considerata da questo punto di vista la variabilità possibile della composizione di tale frazione per quanto concerne i metalli pesanti: il pericolo di contaminazione più volte segnalato delle acque di falda ,quando usato come ammendante o per riempimento di discariche aperte, è ovviamente analogo e amplificato in caso di combustione ad alte temperature. Come già per il CSS è doveroso considerare poi la difficoltà di realizzare un controllo “in continuo” sulle caratteristiche di questi derivati che possono risultare spesso “fuori specifica”. Combustione del biogas da digestione anaerobica per produzione energia Assolutamente criticabile la destinazione del biogas ad uso energetico locale. Oltre a rinunciare in tal modo al recupero dello stesso tramite raffinazione a biometano e riutilizzo come carburante o immesso in rete ( si ricordano a questo proposito i provvedimenti attuativi del decreto 28/2011 e il DM Sviluppo economico del 5 dicembre 2013 che incentivano l'immissione del biometano in rete e per autotrasporto) dobbiamo segnalare il possibile impatto inquinante: Emissioni in atmosfera da combustione di biogas e biometano La combustione in loco del biogas in impianti di co-generazione finalizzati alla produzione di energia elettrica e termica, dotati di sistemi di abbattimento per gli ossidi di azoto e composti organici volatici , causa l’emissione in atmosfera di monossido di carbonio, NOx, HCl, VOC, formaldeide, acetaldeide, metano incombusto, anidride carbonica. In particolare i fattori di emissione di polveri sottili di un impianto di cogenerazione alimentato a biogas sono maggiori di quelli di un simile impianto alimentato con gas naturale . Inoltre, i limiti di emissione per gli inquinanti gassosi concessi dalla normativa vigente agli impianti di combustione di biogas sono notevolmente superiori rispetto a quelli concessi alle centrali termoelettriche alimentate a gas naturale che, pur rispettando i limiti di emissione, possono avere effetti misurabili sulla salute umana . A maggior ragione, quindi, sono prevedibili impatti negativi non trascurabili sulla salute umana da parte d’impianti di co-generazione alimentati a biogas. Per questi motivi sarebbe preferibile evitare la combustione in loco del biogas e/o valutare se l’assetto cogenerativo di questi impianti, se opportunamente progettati, permetterebbe lo spegnimento di altri impianti a combustione più inquinanti e/o meno efficienti. In questo modo, complessivamente l’impatto sul territorio che ospita l’impianto a biogas sarebbe più contenuto. Al momento non sono disponibili fattori di emissioni d’impianti alimentati a biometano ma si può ragionevolmente ritenere che le emissioni con motori alimentati a biometano sarebbero significativamente inferiori. Ulteriori miglioramenti si potrebbero avere se il biometano immesso in rete fosse utilizzato da impianti turbogas che, grazie alla loro maggiore efficienza e ad un più efficace trattamento fumi, avrebbero fattori di emissione ancora inferiori. A titolo di esempio, se il fattore di emissione di NO2 di un impianto da 1 MW alimentato a biogas è di 199 g/GJ, quello di un impianto turbogas da oltre 700 MW alimentato con gas naturale è di 14 g/GJ. E i fattori di emissione di PM10 passano da 5 g/GJ di un impianto a biogas ai 2 g/GJ di una centrale turbogas [54]. DIGESTAGGIO ANAEROBICO Dal punto di vista sanitario,pur accogliendo le rassicurazioni di molti esperti a riguardo, ci sentiamo in dovere di segnalare la presenza in tali fanghi residui di spore di Clostridium, diversi batteri gram-positivi anaerobici responsabili di tetano, gangrena gassosa, tossinfezioni alimentari, necrosi dei tessuti, botulismo,come è stata denunciata ripetutamente in letteratura, in particolare dal prof. Helge Böhnel dell’Università di Göttingen. La regione Emilia Romagna ha vietato l’uso di impianti a biogas nelle zone in cui viene prodotto il formaggio parmigiano reggiano per evitare che le forme esplodano( digestato da fermentazione da insilati agricoli). La Svezia e la Germania impongono l’obbligo di pastorizzare i digestati a 70° prima che questi siano sparsi sul terreno. Assolutamente certi sono i dati che comportano alcune raccomandazioni e che possono orientare alcuni indirizzi: 1.Le frazioni organiche da avviare a trattamenti biologici devono provenire da raccolte differenziate di qualità, dunque preferibilmente del tipo Porta a Porta 2.Per garantire l’elevata qualità del compost prodotto, le linee di compostaggio e digestione anaerobica di FORSU da raccolta differenziata possono accettare altri materiali compostabili solo se di elevata qualità, come fanghi dell’industria agroalimentare, scarti da lavorazione delle derrate agricole, altri fanghi sottoposti a preventivo screening analitico. Scarti organici più contaminati, quali diversi fanghi di depurazione di distretti urbanizzati, dovrebbero essere trattati a parte. Uno studio recente su fanghi industriali, con concentrazioni dei metalli presumibilmente maggiori di quelle riscontrabili nella FORSU, trattati con digestione anaerobica ha dimostrato come per 5 metalli (zinco, piombo, rame, nichel e cromo) vi fosse un aumento della concentrazione di circa il 50% , con incremento della biodisponibilità per tutti questi metall,i tranne che per il piombo . 3.Ovviamente il problema della contaminazione della frazione organica è particolarmente marcato nel caso di una sua selezione meccanica a partire da rifiuti indifferenziati, mentre viene sensibilmente ridotto nel caso di separazione alla fonte [52]. 4. Bioaerosol:Tutte le tecniche di trattamento biologico sono caratterizzate da emissioni di bioaerosol potenzialmente pericoloso per la salute umana a causa della possibile presenza di micro organismi patogeni. Per questo motivi la localizzazione degli impianti di compostaggio e di digestione anaerobica deve garantire l’assenza di civili abitazioni entro un raggio di 250 metri, per escludere i rischi dovuti all’inalazione di bio aereosol. 5.Il digestato anaerobico presenta, a seconda dei residui immessi in entrata anche criticità diverse, soprattutto in termini di presenza di cloruri e azoto nei residuati liquidi. Alcuni problemi di il digestato solido ottenuto dalla digestione anaerobica della Frazione Organica di Rifiuti Urbani (FORSU) può essere meglio utilizzato come ammendante agricolo dopo essere trasformato in ammendante compostato (“compost di qualità” codificato dalla normativa sui fertilizzanti come “ammendante compostato misto”) mediante una fase di finissaggio aerobico realizzato in apposite biocelle o altri sistemi di compostaggio, mescolato a cippato di legno od altri materiali di strutturanti (paglia, scarti vegetali, etc.). Tale pratica, rientra nel “recupero di altro tipo” e pertanto è subordinata alla pratica del compostaggio Considerando complessivamente queste informazioni si può prendere in considerazione una serie di possibili svantaggi della digestione anaerobica rispetto al digestaggio aerobico ( compostaggio), probabilmente più energivoro. Anche tali considerazioni dovrebbero incidere sulla valutazione dell’ opportunità e dei possibili costi secondari ( oltre che impiantistici) dei TMB e degli obiettivi prospettati per essi. SEZIONE RIFIUTI SPECIALI - AMIANTO Siamo da sempre particolarmente attenti al problema della imponente e molteplice presenza di scorie di amianto nel territorio ligure. Riportiamo un elenco delle leggi regionali più significative sulla mappatura e bonifica dello stesso:  - legge n. 257 del 27 marzo 1992 che vieta l’uso dell’amianto; - Piano regionale di protezione dell'ambiente, di decontaminazione, di smaltimento e di bonifica ai fini della difesa dai pericoli derivanti dall'amianto di cui all'articolo 10 della legge 27 marzo 1992, n. 257; - Piano Regionale Amianto –Deliberazione del Consiglio Regionale del 20 dicembre 1996 n. 105; -legge Regione Liguria 6 marzo 2009, n. 5, norme per la prevenzione dei danni e dei rischi derivanti dalla presenza di amianto, per le bonifiche e per lo smaltimento; -Decreto del dirigente Settore Prevenzione, Igiene, Sanità Pubblica e Veterinaria del 09 settembre 2010 n.2585 della Regione Liguria; Nell’art.1 della Legge reg. 6 marzo 2009 ( obiettivi della legge) si legge: 1.La Regione, al fine di tutelare la salute della popolazione e l’ambiente ligure, promuove e sostiene, anche attraverso la concessione di contributi, azioni di: a) sorveglianza e bonifica volte alla rimozione dei materiali e manufatti contenenti amianto, al fine di concorrere alla progressiva eliminazione dell’esposizione della popolazione alle fibre di amianto; b) prevenzione delle malattie conseguenti all’esposizione all’amianto; c) sostegno nei confronti di coloro che sono affetti da malattie causate da amianto; d) vigilanza, controllo e ricerca sanitaria, registrazione degli esposti ad amianto. Riteniamo che il PRGRL sia strumento operativo che debba porre degli obiettivi concreti riguardo a quanto normato dalla legislatura regionale, sia rispetto alle attività di monitoraggio e bonifica, sia rispetto alla dimensione e alla rilevanza sanitaria del problema, come ben si evince dal testo riportato       2) CONSIDERAZIONI SUL PIANO SANITARIO Riteniamo che la mancanza di una centralità della salute e delle possibili computazioni delle attuali e future ricadute sanitarie nel PRGRL rifletta il mancato sviluppo di strutture e procedure integrate tra diversi soggetti istituzionali riguardo a processi valutativi, decisionali e di controllo su criticità riscontrate. Queste lacune riguardano sia necessità di ambito epidemiologico che ambientale, relative ad ambiti vasti territoriali così come a realtà ben confinate. Di queste, su tutte, quelle relative alle aree destinate a discarica e quelle soggette a bonifica. Si ritiene fondamentale allestire, potenziare e/o rendere permanenti strutture di coordinamento degli enti, nel rispetto delle norme di legge. In questo caso basti pensare alla necessità di rendere operative le strutture di coordinamento in materia di qualità dell’aria o quanto previsto già dalla legge regionale del 1995 sulla istituzione dell’Arpal ( ribadito dalla legge di riforma del 2006) sulla istituzione di Comitati Provinciali di Coordinamento finalizzati a garantire e riferire annualmente in Regione il necessario coordinamento tecnico delle attività dei Dipartimenti dell'ARPAL, i Servizi delle rispettive Amministrazioni provinciali e comunali, i Dipartimenti di prevenzione delle U.S.L. (leg reg. 7 dic 2006 n. 41) Allegato 5. Le politiche che regolamentano la gestione dei rifiuti ( dichiarati o non dichiarati) dovrebbero quindi essere coordinate a partire anche dalla valutazione delle potenziali esposizioni nocive per la salute di ambiti territoriali e/o comunitari specifici in maniera preliminare e sistematica. Questo è da sempre disatteso. Per tali motivi siamo a chiedere di integrare negli obiettivi del PRGRL le conoscenze già acquisite e quelle più rapidamente acquisibili di tipo epidemiologico circa le aree più esposte a molteplici fonti inquinanti, a quelle popolazioni che per localizzazioni già in atto o par atto decisorio sono o possono essere vulnerabili rispetto alle emissioni nocive di cui abbiamo relazionato nelle precedenti sezioni, e ancor più relativamente alle zone ove insistono o potranno essere collacati siti di discarica, depurazione, stoccaggio, recupero energetico ecc. Le scelte, soprattutto quelle impiantistiche e la loro eventuale collocazione, non possono essere fatte se non alla luce di conoscenze precise sulla sostenibilità/insostenibilità sanitaria dei territori specifici, delle situazioni globali e multifattoriali insistenti, dei possibili rischi sanitari e relativi costi. Il rispetto del Principio di Precauzione deve guidare la giurisprudenza ambientale e passa innanzitutto da responsabilità e scelte di tipo politico e amministrativo, come si evince dalle seguenti normative, raccomandazioni e sentenze: Il d.lgs 16.1.2008, n° 4 ha modificato il D.Lgs 152/2006 che detta norme in materia ambientale. All’art.3-ter introduce nella legislazione italiana il principio della Precauzione previsto dal Trattato Comunitario all’art.174. e recita testualmente “ La tutela dell’ambiente e degli ecosistemi naturali e del patrimonio culturale deve essere garantita da tutti gli enti pubblici e privati e dalle persone fisiche e giuridiche pubbliche o private, mediante una adeguata azione che sia informata ai principi della precauzione, dell’azione preventiva, della correzione, in via prioritaria alla fonte, dei danni causati all’ambiente, nonché al principio «chi inquina paga» “ Si richiama il Principio di Precauzione in tutte le situazioni in cui si identifichi un rischio ma non vi sono prove scientifiche sufficienti a dimostrarne la presenza o l’assenza” ( Costituzione Europea, art. 111-233) Dalle raccomandazioni espresse dalla Commissione delle Comunità Europee – Bruxelles, 2.2.2000 - Comunicazione della sul principio di precauzione -“… La scelta di fronte ad una certa situazione deriva da una decisione eminentemente politica funzione del livello del rischio “accettabile” dalla società che deve sopportarlo. …. Un’ampia gamma di iniziative è disponibile in caso di azione: da misure giuridicamente vincolanti a progetti di ricerca o a raccomandazioni. … Tutte le parti in causa dovrebbero essere coinvolte nel modo più completo …..nello studio delle varie opzioni di gestione del rischio… La procedura dovrebbe essere quanto più possibile trasparente…” Nella Giurisprudenza europea troviamo sentenze come quelle della Corte europea del 5 maggio 1998, cause C-157/96 e C-180/96), la Corte ha precisato:“Orbene, si deve ammettere, quando sussistono incertezze riguardo all’esistenza o alla portata di rischi per la salute delle persone, le istituzioni possono adottare misure protettive senza dover attendere che siano esaurientemente dimostrate la realtà e la gravità di tali rischi” (punto 99) ; nell’ordinanza del 30 giugno 1999 (causa T-70/99),“le esigenze collegate alla protezione della salute pubblica devono incontestabilmente vedersi riconoscere un carattere preponderante rispetto alle considerazioni economiche”. conferma in sentenza della Corte europea: Trib. CE, Seconda Sezione ampliata, 26 novembre 2002, T-74/00 Artegodan Da anni segnaliamo ad esempio l’insostenibilità di avere 3 CTE a carbone sul territorio ligure adiacenti a fonti portuali, in aree fortemente urbanizzate e limitrofe a siti di stoccaggio e discarica, le mancate bonifiche di vari siti (vedi su tutti l’ex SIN ora SIR di Pitelli e lo Stoppani-Cogoleto) i rischi connessi ai percolati (Scarpino). In tutti i casi le ricadute sanitarie sono accertate o accertabili facilmente e in tempi rapidi ( vedi le proposte di allestimento di Referto Epidemiologico). In particolare : 1) PITELLI riportiamo come esempio emblematico quanto già valutato dalla zonizzazione e dall’Analisi del Rischio ISPRA del 2005 sull’area SIN Pitelli che individua nella circoscrizione SP5 e in particolare nei quartieri Pagliari e Ruffino gli ambiti più esposti. A tuttoggi, malgrado le ripetute richieste di studi epidemiologici che potessero riferire e quantificare la casistica dei decessi e morbilità per aree maggiormente esposte riferibili alle differenti fonti ( area portuale, discariche, amianto, CTE) non è stato risposto. E’ comunque stato rilevato, sia dallo studio SENTIERI che dall’analisi di mortalità un’aumento di mortalità per malattie cardiovascolari e bronchiali, tumori gastroenterici, leucemie, tumori del polmone, del SNC oltre che ovviamente della pleura, in diversi distretti ed in particolare un’aumento dal 18 al 28% nelle donne residenti in SP5 (comprendente anche i quartieri Pagliari e Ruffino), i più limitrofi appunto alla discarica di Saturnia ( oggi in procinto di tornare ad essere discarica di servizio) e al gruppo di discariche del SIN Pitelli. Già nel 2002 era stato accertata la correlazione in questa zona tra l’aumento nei residenti di anemia saturnina e livelli di Piombo riscontrati nei terreni ( con chiusura dei pozzi e divieto di utilizzo, anche a scopo agricolo, degli stessi). Nello stesso sito ricordiamo la presenza della CTE Enel di Vallegrande le cui importanti ricadute sanitarie sono certe anche se non ancora computate come a Vado Ligure. 2) STOPPANI (Cogoleto, Arenzano) I risultati di SENTIERI per il complesso delle principali cause di morte mostrano nella popolazione femminile un eccesso di mortalità per tutte le cause e per le malattie dell’apparato genitourinario. Nei maschi questo eccesso non si riscontra. Nel sesso femminile si riscontra anche un eccesso di asma rispetto all’atteso. “Uno studio recente effettuato dal CNR e da ARPA Liguria1 ha analizzato i sedimenti marini evidenziando alte concentrazioni di metalli pesanti, come cromo esavalente e nichel e, in minore quantità, di argento, mercurio, piombo, rame e zinco”. Inquinamento dovuto al cromo esavalente, oggetto della produzione di Stoppani, e altri metalli pesanti. “Si ritiene importante condurre uno studio di biomonitoraggio umano per valutare le vie di esposizione a metalli pesanti. Inoltre, uno studio occupazionale contribuirebbe a chiarire se eccessi di mortalità di tipo tumorale sono presenti nei soli lavoratori della Cogoleto-Stoppani, a fronte di valori delle stime di rischio che non mostrano eccessi, ma che possono essere diluiti nella popolazione dell’intero SIN”. (In altre parole i dati epidemiologici, sono ancora insufficienti: l’ inquinamento ambientale è dimostrato, per cui si devono eseguire degli studi epidemiologici sia sui lavoratori (ex-lavoratori) che sulla popolazione generale). . 09/04/2014 Dr. Marco Rivieri – Sez. ISDE della Spezia Dr. Gianfranco Porcile – coordinatore regionale ISDE

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